I ribelli libici chiedono truppe occidentali. Italia, Francia e Inghilterra cominciano con gli istruttori
Il leader dei ribelli libici, Mustafa Abdel Jalil, ha ribadito la richiesta di “maggiori aiuti” per il suo Consiglio di transizione durante la sua visita di martedì a Roma. I ribelli fanno pressing sulla comunità internazionale ormai da settimane, e la loro domanda di fondi e armi ha già portato a diverse concessioni. Per la prima volta ieri hanno anche chiesto l’invio di truppe occidentali. Nonostante le molteplici dichiarazioni di “non volere mandare soldati” da parte dei ministri degli Esteri, la comunità internazionale sembra muoversi in quella direzione.
10 AGO 20

Il leader dei ribelli libici, Mustafa Abdel Jalil, ha ribadito la richiesta di “maggiori aiuti” per il suo Consiglio di transizione durante la sua visita di martedì a Roma. I ribelli fanno pressing sulla comunità internazionale ormai da settimane, e la loro domanda di fondi e armi ha già portato a diverse concessioni. Per la prima volta ieri hanno anche chiesto l’invio di truppe occidentali. Nonostante le molteplici dichiarazioni di “non volere mandare soldati” da parte dei ministri degli Esteri, la comunità internazionale sembra muoversi in quella direzione.
Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, ha dichiarato la possibilità di fornire ai ribelli “radar e tecnologia in grado di bloccare gli apparati di comunicazioni” e oggi è giunto l’annuncio dell’invio di dieci consiglieri militari italiani che presto giungeranno a Bendasi – anche francesi e britannici hanno fatto sapere che manderanno a Bengasi personale militare per dirigere le operazioni contro le truppe del rais di Tripoli, Muammar Gheddafi. Ma l’arma più importante è il denaro, di cui i ribelli hanno sempre meno disponibilità – stando alle dichiarazioni ufficiali. Per paura di restare senza liquidità, il Consiglio di transizione ha istituito una banca nelle prime settimane del conflitto, strappando il ramo di Bengasi all’istituto centrale di Tripoli. La Banca centrale è di primaria importanza in Libia, un paese che cade sotto la denominazione di rentier state (in italiano “stato affittuario”). La sua economia dipende per la maggior parte dalle risorse naturali presenti sul territorio, come petrolio e metano, e non dai profitti generati dall’economia reale.
Questa caratteristica rende la Banca centrale il perno dell’economia: lì confluiscono i proventi petroliferi e gli investimenti stranieri, una condizione che trasforma l’istituto nello strumento di controllo della politica interna. Gheddafi lo sa bene, e per custodire le fortune del regime ha sempre scelto uomini che godevano della sua massima fiducia. Quando, una settimana dopo la rivolta della Cirenaica, Farhat Omar Bengdara, allora governatore, è scomparso, negli alti ranghi del regime è scoppiato il panico. E’ girata voce che Bengdara fosse andato in Svizzera – anche se nessuno sapeva spiegare per quali ragioni – e i più cinici prevedevano il voltagabbana di Begdara, che è nato a Bengasi. “L’ex governatore ha colto l’occasione per sparire, ha aspettato che gli eventi prendessero una piega precisa e si è poi schierato con il possibile vincitore dello scontro”, dice al Foglio Arturo Varvelli, un ricercatore dell’Ispi e autore del libro “L’Italia e l’ascesa di Gheddafi” (Baldini Castoldi Dalai, 2009). Le ultime notizie, rigorosamente non ufficiali, dicono che Begdara ha trovato rifugio a Istanbul.
E’ nei giorni di panico a Tripoli che i ribelli hanno annunciato la nascita della nuova Banca centrale “in un tempo da record”, come ha evidenziato Robert Wenzel dell’Economic policy journal. I tempi dell’operazione sono il segno che la guerra libica si gioca anche sul fronte della finanza: la decisione “segue il desiderio di creare velocemente una legittimità internazionale che permetta ai ribelli di essere considerati interlocutori credibili per la vendita del petrolio”, dice Wenzel. Al momento, secondo i ribelli, i proventi delle prime vendite di petrolio al Qatar sono congelate in un fondo creato dal governo di Doha e dal Consiglio di transizione.
Allo stesso tempo, il governo di Bengasi ha fatto sapere che “i soldi del petrolio serviranno a comprare cibo, medicine e armi”. Queste dichiarazioni sollevano alcuni dubbi sul reale bisogno di liquidi dei ribelli, ma la comunità internazionale sembra sempre più propensa a una linea di fiducia verso i ribelli. Ieri, durante l’incontro con Jalil, Frattini ha dichiarato che sarà organizzata una conferenza tra paesi occidentali e mediorientali, da tenersi a Roma il 2 maggio, per trovare una soluzione alla crisi. Le promesse della comunità internazionale sembrano aver calmato, almeno per il momento, le richieste dei ribelli. Jalil ha ribadito che “rispetterà gli accordi internazionali in materia di energia”, un’implicita rassicurazione all’Italia, il maggiore partner commerciale della Libia.